“Non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra popoli europei, così come non si credeva più alle streghe e ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nella irresistibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevano che i confini e le divergenze esistenti fra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per sciogliersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi.”

Il Mondo di ieri. Ricordi di un Europeo, Stefan Zweig, “Il Mondo della sicurezza”

E’ da un pò di mesi che si vedono fiorire sogni e speranze per un mondo nuovo, il mondo di domani. Come i terremoti, anche il covid ha segnato una linea temporale tra ante e post pandemia. C’era il mondo sbagliato di ieri, prima del covid, quando non eravamo ancora consapevoli dei nostri errori e ci sarà il mondo di domani in cui, promesso, faremo tutto diverso. Effetto déjà vu? Ci sono state prese di coscienza simili nel passato recente, momenti in cui un evento mondiale ha scosso le nostre sicurezze e ci siamo trovati di colpo fuori dai binari che tracciavano la traiettoria costante e sicura verso il Progresso. Ricordiamoci.

Nel 2008 abbiamo scoperto con orrore che nell’economia si era covato un serpente davvero malvagio che faceva esplodere le “bolle” in cui stavamo vivendo e speculando. Ad un certo punto ce n’è stato anche un altro che si voleva mangiare il pianeta. E mille altre piccole scosse, conflitti remoti che hanno fatto tremare le borse e i centri nevralgici del nostro cagionevole equilibrio. Le crisi sono diverse, ma ogni volta si riproduce uno stesso schema: un grande – e credo sincero – senso civico ci spinge con una nuova risolutezza a riformare “il Sistema”. E’ ora o mai più, questa volta basta per davvero! 

Ad ogni schiaffo, ci siamo promessi che sarebbe stato l’ultimo, che ci saremmo svegliati per bene. Ma come Phil Connors in Ricomincio da capo, quando ci svegliamo è sempre ieri e non è mai domani. Come se domani fosse solo un’idea rassicurante dove abbiamo cullato la nostra pigrizia aspettando semplicemente che oggi diventasse domani.

Nella frenesia del mondo di domani, leggere il Mondo di ieri apre un’altra prospettiva. Stefan Zweig è di quella generazione che ha vissuto due guerre mondiali e all’alba del 1944 rimane intrappolata in una malinconia profonda del mondo perso, il “mondo della sicurezza”: un passato sublime, e idealizzato nel ricordo. Tutti i secoli hanno il loro vizio: nel novecento si praticava religiosamente il ricordo, come insegna Marcel Proust con il rituale magico della maddalena. Il nostro secolo è più futuristico, ci piacciono le ipotesi, le promesse, abbiamo il genio degli algoritmi previsionali, e i nostri ricordi sono ormai quelli che ci suggerisce l’iPhone o Instagram. La venerazione del passato e l’isteria del futuro sono le due reazioni di generazioni che si trovano nel contraccolpo di un evento mondiale traumatico, le due facce d’una stessa medaglia, si direbbe. Tutte le crisi hanno la stessa spiazzante proprietà dei terremoti: distruggere, fare tabula rasa e ricostruire, interrogare il fallimento delle vecchie fondamenta per progettare nuovamente. 

Formalmente, la pandemia di covid ci offre la stessa opportunità: si tratta di un evento mondiale che ha pervaso tutti gli strati della società e rispetto al quale è stato necessario prendere posizione, come individui, come imprese, come governi. Ci sono già molte opinioni che si propongono di valutare la gestione della crisi: alcuni cercano l’imparzialità nell’analisi dei numeri, altri invece giudicano rispetto al proprio (legittimo) interesse ed alle preoccupazioni di sopravvivenza. Non siamo mai stati così eruditi sui decreti, ordinanze e le varie fonti di diritto che determinano quasi settimanalmente le nostre nuove libertà da cittadini. Ma c’è un cambiamento meno tangibile che sta avvenendo sotto la superficie di queste mille variazioni, una modifica più lenta e profonda che riguarda i nostri valori e che potrebbe fare di noi gli eredi di una visione del mondo più stretta e più buia della generazione precedente. 

Proseguendo nel nostro percorso della mostra di de La Tour arriviamo ora in una delle ultime stanze del Palazzo Reale dove è presentata un’altra opera notturna: il San Sebastiano curato da Irene. Nella sua particolare composizione trittica è la luce che, come al solito, diventa protagonista centrale e distribuisce triangolarmente i personaggi: a sinistra ed in penombra il Santo disteso e sereno, a destra Irene, con il viso del tutto illuminato e radiante, ed in alto al centro la serva. 

La rappresentazione di questo Sebastiano è inedita per i contemporanei: non si era mai visto – neanche nel Rinascimento – un Santo così laico, un Sebastiano senza le sue solenne colonne e il corpo trafitto. Ci appare addirittura sullo stesso piano di Irene, al punto che non sembra così chiaro quale sia il vero soggetto del dipinto: di sicuro Sebastiano lo è di meno rispetto all’abbagliante luce che si riflette su Irene. Una rappresentazione modernissima che fa fatica a definirsi pittura religiosa, bensì utilizza il tema religioso per ritrarre non tanto il Santo quanto l’atto santo: la cura, la semplice dedizione alla vita indebolita e resa vulnerabile. 

Anche oggi, potremmo pensare, proprio con la diffusione del virus abbiamo consacrato la vita umana come principio assoluto e indiscutibile: abbiamo fermato economie, abbiamo soccorso e salvaguardato le vite più vulnerabili anche ad un costo sociale elevato. Insomma, quando pensavamo di vivere nel cinismo di politiche ed economie spietate, ecco che riappare l’Idealismo e la Morale non più sotto la forma di Santi dipinti ma di decreti e ordinanze. 

Dalla sua cattedra del Collège de France, Didier Fassin (medico, sociologo ed antropologo francese) osserva tuttavia che questa affermazione – simbolicamente molto forte – dei governi che si sono imposti il lockdown entra in contrasto con un’altra realtà. 

Ex vice-presidente dei Medici senza frontiere e oggi presidente del Comede (Comitato per la Salute dei migranti), la sua conclusione sui fenomeni di ostracizzazione delle popolazioni esiliate in Europa, evidenzia come nei fatti ci sia una contraddizione etica profonda tra la necessità di difendere le vite minacciate e, nel contempo, l’abbandono in mare o nei centri profughi di quelli che cercano di raggiungere “le Luci dell’Europa”. Nella sua ultima pubblicazione Le Vite ineguali, Didier Fassin comincia una riflessione che il Covid conferma e prosegue: l’idea culturale che la vita umana non abbia prezzo si scontra con un’interpretazione politica e antropologica che invece tende a mettere un prezzo sempre più alto sulle condizioni di vita. 

Innanzitutto il costo del lockdown non significa solo un aumento del debito pubblico ma anche e soprattutto chiusure di aziende ed imprese che produrranno un’ulteriore pauperizzazione degli strati più fragili della società. Inoltre, la polizia sanitaria che si è instaurata per il controllo dell’applicazione delle misure di contenimento consiste di fatto nella restrizione di diritti fondamentali che hanno conseguenze più pesanti sulle frange più economicamente fragili della popolazione. Basti immaginare l’esperienza di lockdown delle famiglie che vivono negli alloggi sociali delle periferie o dei migranti accampati ai confini delle città rispetto a chi poteva godere di spazi e di giardini privati. A tutto ciò però abbiamo acconsentito volontariamente. Questo è stato il sacrificio che abbiamo depositato sull’altare della vita umana, per salvarne quante più possibile.

Tuttavia, molti segni allertano sulla realtà dei risultati ottenuti: come prima constatazione i numeri indicano una mortalità più elevata negli ambienti popolari e nelle minoranze etniche – in particolare negli Stati Uniti, ma le prime analisi in Europa mostrano la stessa tendenza. Un’altra dissonanza importante riguarda i luoghi di isolamento forzato dove la circolazione del virus è più attiva: carceri sovrappopolati, centri di detenzione amministrativa per i migranti in situazione irregolare, richiedenti asilo, ma anche spazi dove vengono raggruppate le persone senza domicilio dove la promiscuità espone ad una diffusione pericolosa. 

In generale, questo periodo sembra averci resi più insensibili, meno empatici: sarà perché non abbiamo più accesso alle espressioni del volto dei nostri interlocutori, o più probabilmente perché la paura e la fascinazione per il virus ci hanno assorti e rinchiusi in noi stessi. Questo egocentrismo è visibile e giustificato dalle informazioni: non ci interessano più gli eventi del mondo, né le guerre civili in Siria né le carestie in Afghanistan, niente che oltrepassi i drammi di casa. Tutta la nostra attenzione è focalizzata sulla nostra esperienza del lockdown e sulle sue conseguenze. E così sembra che si stia realizzando il paradosso esattamente inverso all’ideale storico del post-guerra: un evento di ampiezza mondiale ha finalmente ristretto la nostra visione del mondo.

Prima di questa crisi, molti dei paesi europei si vantavano di un sistema e di un’assistenza sanitaria performante. Certamente hanno un’utilità fondamentale, ma credo che rimaniamo attaccati a queste istituzioni soprattutto a livello simbolico – e persino nazionale – perché sono le testimonianze di un idea di società – e  di una conseguente politica – sempre meno visibile e attuale. Se ci pensate, il fatto che i membri di una società contribuiscano tutti – sani e non – con i propri redditi per garantire le cure a chi ne dovesse avere necessità, è un atto di straordinaria empatia che ci rende simili all’Irene curante di de La Tour. 

Ad essere del tutto precisi bisognerebbe distinguere il sistema di cure (ovvero gli ospedali, i servizi di medicina in città, infermieri etc) e il sistema di sanità pubblico (la prevenzione delle malattie, l’educazione all’igiene, il monitoraggio epidemiologico etc). Il primo, ci spiega sempre Didier Fassin, cura gli individui, il secondo le collettività. Nel 2000, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità valutava il sistema di cure francese al primo posto della classifica grazie a due criteri particolarmente alti: la qualità di medicina clinica e l’estensione di copertura sanitaria, vale a dire che un malato veniva curato ed assicurato bene. Nelle ultimi due decenni questi elementi sono stati progressivamente erosi. 

Da una parte ci sono stati tagli drastici su tutti i dispositivi pubblici con la conseguente riduzione della disponibilità di letti e delle capacità di accoglimento in ospedale e, nel contempo, lo stesso numero di medici fa fronte ad una popolazione e ad un invecchiamento demografico in aumento. Parallelamente si è diminuito significativamente il budget per la protezione sociale rendendo il rimborso dei farmaci e dei ricoveri in ospedale sempre più parziale e l’accesso alle cure più oneroso. A livello di sistema di sanità pubblico, invece, né la Francia né l’Italia hanno mai ottenuto risultati particolarmente brillanti. La crisi sanitaria scatenata dal Covid è il prodotto di questa evoluzione: mancanza di letti nei reparti di rianimazione, carenza di mascherine, impreparazione ed incoerenza della risposta dei governi con reazioni tardive e poco trasparenti.

La gestione delle finanze pubbliche attuale tende a ridistribuire a scapito del pubblico. In maniera generale il sistema di assistenza sociale sembra ormai la reliquia commovente di un’altra idea di società, miracolata dalle logiche di taglio e di privatizzazione dei servizi che credevamo dovuti perché erano condizioni di vita e di dignità. Ma sono di fatto sempre più intrusi, istituzioni isolate e scomode nel panorama delle politiche economiche: in tutti i programmi presentati all’ora delle elezioni la questione fiscale e la spinosa ripartizione del capitale rappresentano sempre uno “scoglio” e proprio questo disagio è il sintomo di quanto ci siamo allontanati ormai dell’idea di giustizia sociale.

Eppure, oggi più che mai sarebbe il momento di affrontare questa necessità perché il costo umano del Covid non sarà solo sanitario ma forse ancora più economico e sociale. Ma mentre vengono strettamente monitorati decessi e contagi, uno potrebbe chiedersi se questa ansia delle statistiche continuerà dopo che avremo chiuso il capitolo sanitario. Come conteggeremo, ad esempio, le vittime della disoccupazione e della pauperizzazione? Chi ci presenterà i bollettini dei decessi per auto-devalorizzazione e perdita di autostima? Si stimavano a 33.000 i morti legati alla crisi tra il 2008 e il 2009 negli Stati Uniti tra i 25 e i 64 anni: considerando che le cause principali di decessi risultavano essere suicidi, overdosi ed effetti dell’alcolismo, c’è da temere che il volto più brutale della crisi si riveli nei prossimi mesi, e non sia poi così mediatizzato. 

Opporre l’economia alla sanità non ha senso: un crollo dell’economia avrà conseguenze drammatiche e aumenterà le ineguaglianze sociali. Dovremmo invece estendere il nostro obbligo morale di mantenere la vita al di là della pura speranza di vita, per dare a tutti una qualità di vita: curare non solo le malattie ma anche la povertà, lo smarrimento, l’assenza di prospettiva delle nostre società. E’ un dato di fatto che il 5% dei francesi più poveri vivono 13 anni di meno rispetto al 5% dei più ricchi, ma Didier Fassin vuole completare l’approccio quantitativo con un’interpretazione qualitativa che restituisca un senso all’espressione “aspettativa di vita”. Cosa può aspettarsi ciascuno di noi dalla propria vita? Non si tratta solo di longevità ma anche di dignità, di condizioni di vita, di come siamo trattati dalle istituzioni, di come possiamo realizzarci e accedere ad un’esistenza decorosa. Questi parametri sono dirimenti e mettono in luce le ineguaglianze delle nostre società, sono indicatori precisi e pertinenti per valutare il grado di civiltà di una comunità. 

Non a caso i sistemi di protezione sociale si estendono oltre alla sola assistenza sanitaria e chiamano la virtù e la contribuzione di tutta la società all’elevazione morale, all’agire per un bene comune, perché si “credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”. Il sogno di Gaber, così come l’edificante empatia di Irene, nel dipinto di de La Tour, è la stessa pietra angolare che ha fatto della dedizione alla vita umana il perno morale della nostra società moderna e il suo punto di luce.

Rispetto al Seicento, il nostro credo non è più prevalentemente cristiano, ma la nostra fede in questa premessa indiscutibile si ripete anche oggi quando affermiamo solennemente che la vita va salvata a tutti i costi. Ma se non tutte le vite, e se a queste vite mettiamo un prezzo, che tipo di credo è diventato? Se il mondo di oggi, con le cicatrici di tutti i suoi terremoti e la storia di tutti suoi drammi è più cinico del mondo di ieri, come potremo separare i nostri fallimenti passati dalla prospettiva di un nuovo futuro? 

Nella mitologia romana, Giano era il dio del tempo: degli inizi, delle transizioni e delle fini. Le sue due facce gli permettevano di guardare costantemente da una parte verso il passato e dall’altra verso il futuro senza mai accecarsi né da una né dall’altra parte. Tracciare una linea tra prima e dopo significa tenere stretti entrambi i mondi di ieri e di domani in un’unica e ampia visione. Ma invece che Giano, sembriamo una generazione di Sisifi: come il titano portiamo su e spingiamo giù la stessa roccia, in una temporalità perfettamente circolare. 

Chiedersi quale sarà il mondo di domani, che sia con timore o con l’ansia della fuga, dovrebbe condurre ad interrogarci nuovamente sul nostro rapporto con la storia e con la nostra cultura per dirigere le azioni presenti e ricreare l’idea di domani. Siamo impazienti, vogliamo a tutti costi buttarci nel futuro come per scappare da questo momento. Ma questo è il nostro momento, il nostro tempo: è fatto delle lezioni brutali del passato ma anche della lanterna di Irene. Queste sono le luci che ci illumineranno e da qui emergerà il mondo di domani.