Non possiamo aspettare la fine della pandemia per riparare i danni e pensare al futuro. Porremo le basi per un’Unione europea della salute più forte, in cui 27 paesi possano lavorare insieme per individuare le minacce, prepararsi e avviare una risposta collettiva.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, durante il suo intervento al vertice mondiale sulla salute (25 ottobre 2020)


Quelle che abbiamo appena vissuto sono state con ogni probabilità le festività più anomale che le nostre generazioni abbiano mai visto. Niente negozi affollati, cenoni, brindisi in compagnia, solo pochi intimi con cui trascorrere i giorni di festa. Mascherine sul volto e gel igienizzante alla mano, per assicurarsi di fare la propria parte e non mettere in pericolo se stessi e gli altri. 

Un destino comune

La pandemia di Covid-19 ha messo in luce una profonda fragilità, facendo vivere ai cittadini di tutti i Paesi la stessa situazione di caos e incertezza. Un’esperienza che in settant’anni di pace, crescita e benessere economico era ben lontana dalle aspettative di tutti. L’Europa, che si è dimostrata scomposta, impotente e in balìa di egoismi nazionali nelle prime fasi dell’epidemia, festeggia ora, nei giorni successivi al Natale, il V-Day per la somministrazione delle prime dosi del vaccino, sviluppato da BioNTech e Pfizer e autorizzato dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) il 21 dicembre. Un momento di unità e una storia di successo della presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen. Se, com’è vero, ogni crisi porta con sé la genesi di un nuovo sviluppo, il Coronavirus potrebbe essere l’evento scatenante che porterà l’Europa a compimento di un antico progetto.

Una vecchia storia 

La proposta di un’Unione Europea della salute non è nuova, anzi, risale agli albori della storia politica dell’Europa negli anni 50. Il tema era caro a Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione, che sognava una comunità sanitaria europea, che, per gli addetti ai lavori, era detta “piscina bianca”, in analogia con la “piscina nera” di carbone e acciaio (la CECA) e la “piscina verde” della politica agricola comune (la PAC). Questa terza comunità avrebbe dovuto fondarsi sull’armonizzazione delle politiche di sanità pubblica, sull’unificazione delle legislazione in materia di assicurazione sanitaria, su programmi di finanziamento transeuropei e sulla costruzione di centri di assistenza e laboratori per promuovere la ricerca congiunta. Una proposta ambiziosa che finì per essere accantonata.

Come stanno le cose ora

Prendendola larga, il funzionamento dell’Unione Europea si basa sui principi cardine di sussidiarietà, proporzionalità ed attribuzione delle competenze. Questi servono a garantire che le decisioni siano adottate al livello più vicino possibile al cittadino (in quanto più efficace) e a tracciare dei perimetri sui temi in termini di priorità d’azione da parte di Regioni, Stati e Unione. La politica sanitaria è di competenza condivisa tra gli Stati membri e l’Unione, come stabilito dall’art. 168 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE): mentre i singoli Paesi definisco e forniscono i propri servizi sanitari nazionali e l’assistenza medica, l’UE cerca di integrare politiche nazionali attraverso una strategia sanitaria. Con gli obiettivi di prevenire le malattie promuovendo stili di vita sani, di facilitare l’accesso a un’assistenza sanitaria migliore e più sicura, di contribuire a sistemi sanitari innovativi, efficienti e sostenibili, di affrontare le minacce transfrontaliere, di mantenere le persone sane e sfruttare nuove tecnologie e pratiche. Insomma, l’Unione può coordinare o appoggiare le azioni, che sono in capo agli Stati membri, con la finalità della tutela e del miglioramento della salute umana (Art. 6 del TFUE).

E infatti…

Com’è stato evidente agli occhi di tutti, la risposta dell’Unione alla crisi sanitaria da Coronavirus è stata lenta e scomposta. Gli Stati Membri hanno agito egoisticamente, con il divieto tedesco alle esportazioni dei dispositivi di sicurezza personali (DPI), poi revocato in seguito alla minaccia della Commissione di ricorrere alle vie legali. Si è assistito ad una “libera circolazione dei pazienti”, più come gesto di solidarietà degli Stati Membri che come risposta organizzata. Ma una presa di coscienza c’è stata e qualcosa è stato fatto. A partire dalle forniture di mascherine per 25 Paesi, fino alla creazione di una riserva comune di attrezzature mediche a livello europeo, la riserva rescEU. E poi il vaccino: con un strategia presentata a giugno e contratti ed investimenti per accelerare la ricerca e accaparrarsi le dosi necessarie per coprire l’intera popolazione dell’Unione. Così da evitare la concorrenza tra gli Stati membri L’inizio della campagna vaccinale si deve all’Europa.  e garantire un’equa fornitura dei vaccini a tutti. 

L’11 novembre


Ma il passo più importante è stato compiuto l’11 novembre, con la presentazione della comunicazione Costruire un’Unione europea della salute: rafforzare la resilienza dell’UE alle minacce per la salute a carattere transfrontaliero che darà il via all’iter di costruzione dell’Unione europea della salute che, sulla base degli insegnamenti tratti dalla crisi, contiene nuove proposte per rafforzare il quadro di sicurezza sanitario e potenziare i ruoli di preparazione e risposta alle crisi delle principali agenzie dell’UE. Nello specifico si fa riferimento al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e l’Agenzia europea per i medicinali (EMA), la cui debolezza è stata messa in evidenza dalla crisi in corso. 

Insieme alla comunicazione, che programma l’iter per gli anni a venire, la Commissione ha pubblicato tre proposte di regolamento riguardanti le minacce alla salute di carattere transfrontaliero e le due agenzie. 

Il primo, riguardante le gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, punta su tre assi:

  • rafforzare la preparazione, grazie alla elaborazione di un piano e di alcune raccomandazioni per prepararsi alle crisi sanitarie e alle pandemie, che guideranno all’adozione di piani a livello nazionale, la cui elaborazione sarebbe sostenuta dall’ECDC e da altre agenzie dell’UE, piani che saranno sottoposti a controlli e a prove di stress da parte della Commissione e dalle agenzie;
  • rafforzare la sorveglianza attraverso la creazione di un sistema di sorveglianza integrato e potenziato a livello dell’UE, tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e di altri mezzi tecnologici avanzati;
  • migliorare la comunicazione dei dati da parte degli Stati membri, che dovranno potenziare la comunicazione degli indicatori dei sistemi sanitari (ad es. disponibilità di posti letto negli ospedali, disponibilità di posti per cure specializzate e terapia intensiva, quantità di personale medico qualificato, ecc.).

Il secondo regolamento riguarda l’ECDC, che, in questi mesi, ha potuto emanare solo orientamenti tecnici, senza poter fornire analisi dei dati raccolti.  L’intenzione è quella di rafforzare il mandato in termini di sorveglianza epidemiologica, preparazione e pianificazione della risposta, comunicazione di informazioni e controlli, elaborazione di raccomandazioni non vincolanti e opzioni per la gestione del rischio, capacità di mobilitare e inviare una task force sanitaria dell’UE per coadiuvare la risposta locale negli Stati membri e istituzione di una rete di laboratori di riferimento dell’UE e di una rete per le sostanze di origine umana.

Il terzo riguarda invece l’EMA, di cui si desidera rafforzare il mandato puntando l’attenzione su monitoraggio e mitigazione del rischio di carenze di medicinali e dispositivi medici essenziali, consulenza scientifica sui medicinali potenzialmente in grado di curare, prevenire o diagnosticare le malattie all’origine delle crisi, coordinamento degli studi per monitorare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini e coordinamento delle sperimentazioni cliniche.

Che ne direbbe Schuman?

Ovviamente non lo possiamo sapere, di certo siamo ancora lontani da una vera e propria “piscina bianca” come sognata dal padre fondatore, ma possiamo dire di essere davanti ad una presa di coscienza. Nonostante lo scambio di informazioni e il sostegno delle azioni degli Stati membri, una maggiore integrazione e tempestività di risposta alla crisi sanitaria innescata dal Covid-19 sarebbe stata necessaria. Questo è indiscutibile e ha generato un impulso verso un percorso di innovazione. La solidarietà è stata fonte di ispirazione: con l’avanzare della pandemia gli Stati membri sono passati da misure unilaterali, come le restrizioni all’esportazione o il ripristino dei controlli alle frontiere interne, al sostegno reciproco. Riconoscendo che questa è la strada giusta da seguire.