Il 25 novembre c’è stata, come ogni anno, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un tema ancora caldo in ogni parte del mondo e profondamente vivo sul suolo italiano, dove è ben radicata una mentalità maschilista largamente condivisa. Se questo modo di pensare non è, ovviamente, tipico solo dello Stivale, è anche vero che però in Italia è particolarmente radicato, è appoggiato da una politica lenta a rispondere al gender gap con azioni concrete e risalta in maniera chiara dai dati statistici.

Secondo un report di Eurostat del 2018 l’Italia è fanalino di coda, subito prima della Grecia, come occupazione femminile: il 58%; poco più della metà delle donne italiane lavora, contro la media europea del 67%, con picchi, come in Svezia, dell’80%. Un terzo delle italiane che lavora, inoltre, ha un orario part time (più del 32%), tendenza che però è tipica di praticamente tutti i paesi europei (la media Europea è del 30%, ma è alta anche in società con molti ammortizzatori sociali come Paesi Bassi (74%), Svizzera (63%) e Austria (47,6%)). E questo risultato nel mondo del lavoro e nel divario economico si evidenzia anche se, soprattutto in Italia, sono proprio le donne ad avere, in percentuale, il maggior numero di laureate e diplomate.

Se le donne pagano materialmente un clima culturale a loro sfavorevole (con meno possibilità di fare carriera, stipendi più bassi, maggiore difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, per non parlare dei dati su femminicidi, violenza di genere e revenge porn), è anche vero che una società prevalentemente maschilista ha conseguenze gravi anche sugli uomini, soprattutto sullo sviluppo della sfera emotiva, relazionale e sessuale.

Dalla chat di whatsapp cariche di foto di donne nude o seminude ai commenti da bar, il pregiudizio di genere si tramanda di bocca in bocca, partendo da un’idea di gioco, di battuta goliardica si insinua nel terreno dell’opinione comune e lì germoglia. La conquista, la preda, che rende l’uomo, il cacciatore, un vero fenomeno tra gli amici. La ragazza che se è disinibita è una prostituta mentre se rifiuta è frigida. Lo stupro che è condannato ma sempre col dubbio che la vittima sia stata complice. La diffusione di foto o video privati online che non bisogna fare ma in fondo è un gioco. 

In Italia, come sicuramente in altre parti del mondo occidentale, a domanda diretta quasi nessuno si definirebbe maschilista. E lo farebbe convinto della sua risposta, perché certe battute, certe azioni, certi pensieri sono talmente radicati da sembrare normali, e il rischio della normalità è proprio quello di non permettere di riconoscere ciò che invece è offensivo e sbagliato. Il rischio della normalità è quello che anche la vittima, alla fine, sia talmente abituata a certi discorsi da farsi una risata.

Questo pensiero ‘uomo centrico’ ha però grosse ripercussioni anche sul mondo maschile. Intanto l’abitudine a vedere la donna come oggetto rende più complicato lo sviluppo di un sano panorama emotivo e trasforma l’incontro con l’altro più in una battuta di caccia che in un momento di reciproca conoscenza e scambio. Considerare la donna come un oggetto aiuta a scatenare la gelosia, perché essendo una cosa può essere portata via da un altro in qualunque momento.

In più il maschilismo crea nell’immaginario collettivo un’idea di donna, per lo più irraggiungibile e perfetta, che è un sogno e che è destinata a scontrarsi continuamente con la vita relazionale vera che ogni uomo dovrà poi vivere, o rinunciare a vivere. Allo stesso tempo crea un’immagine maschile altrettanto irraggiungibile, un’idea di forza, sicurezza e spesso anche freddezza difficile da portare avanti, e devastante per chi ha una sfera emotiva più sviluppata. Una mentalità che non permette alla donna di mostrarsi imperfetta così come non permette all’uomo di mostrarsi debole.

Il maschilismo è cancerogeno per la psiche di maschi e femmine; lo è per l’economia visto che discrimina una parte cospicua della forza lavoro e dell’impulso creativo; lo è per la società che cresce figli e figlie sempre meno capaci a gestire le proprie emozioni. Abbaterne i paletti farebbe bene a tutti.